Burri. La morte che dà forma alla vita.

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Alberto Burri, precorritore e motore propulsore di un grande movimento di ricerca pittorica, ha cambiato l’arte del secondo novecento con l’introduzione nella pittura di materie e materiali estranei fino a quel momento alla pittura stessa, come sacchi, legni, ferri, plastiche.

Nella sua opera Alberto Burri rivela la sua grande capacità di spostare sul piano della rappresentazione il dramma della morte che dà forma alla vita e di comunicarci senza filtri la sua percezione nitida della tragicità dell’essere, coinvolgendoci in un movimento collettivo da cui uscire, o non uscire, con le nostre chiavi personali.

Il celebre “Grande Sacco” del 1952, esposto alla Quadriennale di Roma nel 1955 e alla Biennale di Venezia del 1958 fece gridare allo scandalo nell’Italia miope, mentre già nel 1953, grazie all’opera dell’allora direttore del Guggenheim di New York, James Johnson Sweeney, il genio del Maestro di Città di Castello era riconosciuto tra i principali collezionisti americani.

La capacità visionaria di Burri gli permette di rappresentare con strumenti innovativi un messaggio rivoluzionario, la vita che, anche se solo per un momento, trionfa sulla morte, la materia inerte che si anima, prende vita e quindi forma e per prendere vita deve scoprire la morte, ustionarsi, lacerarsi, tagliarsi, infine, ricucirsi, rattopparsi, e continuare a vivere. La materia inerte di Burri, la juta, la plastica, il ferro, inanimati e senza speranza diventano vivi nelle mani dell’artista che su di essi trasferisce il suo anelito vitale e la sua reazione alla morte. Perché la vita è sempre e solo una reazione alla morte.

La radicale innovazione linguistica segna la difficoltà di esprimere con i linguaggi usuali tutta la drammaticità dell’essere che viene da un’epoca che ha visto trionfare il più terribile meccanismo collettivo di morte, la guerra, e avverte l’urgenza di generare una reazione vitale, di fare del collettivo inerte che manda gli uomini a morte, materia viva, fatta di individui, che soffrono, si lacerano e si ricuciono, nella lotta continua tra vita e morte, tra esserci e non esserci.

Burri trova questo linguaggio, sprofondando nel mondo collettivo della sua epoca, ma emergendo da esso rinnovato grazie alla sua personale risposta individuale.

Il bello che risiede nelle opere di Burri è il bello che è nella vita, la prevalenza della vita sulla morte, la possibilità di essere materia che si anima e prende forma sollecitata dalla pressione della morte, il fuoco che brucia la plastica e fonde il ferro gli dà vita e forma, la minaccia della morte dà vita e forma alla materia vivente che reagisce, e reagendo vive e prende forma.

Burri ci attira in un incubo collettivo, che è l’incubo collettivo del disfacimento della materia, della morte che è nella vita, della carne che, proprio perché viva si lacera e muore, ponendoci dinanzi a una rappresentazione personale della lotta tra la vita e la morte, che entra in risonanza emotiva con la nostra angoscia della morte e del disfacimento ma che genera in noi una reazione vitale e per questo ci attrae con forza magnetica.

Così si coglie l’influenza di Burri nelle “pitture di fuoco” del 1961 di Yves Klein che che brucia in maniera superficiale cartoni compressi per ottenere il deposito dell’alone delle vampate e raggiungere una realizzazione dell’opera meno materica e pesante, nel drammatico “Bas-relief” del 1961 di César, che assembla residui di officine meccaniche con la carrozzeria di un auto pressata, soffermandosi sulla percezione della morte nella tecnologia, ma anche nei “Violons brulés, 1970 in cui Arman assembla e brucia alcuni violini, neii décollage di Mimmo Rotella “Muro Romano”, 1958/58 e “Scotch Brand, 1960.

Risalta l’influenza di Burri nelle composizioni di lamiere saldate di Gino Marotta e nelle fasce di stoffa intrecciate di Scarpetta, come anche nelle sculture di Leoncillo “Gocce Rosse”, 1959 e “Presagio”, 1960, ma anche sull’esperienza New Dada di Jasper Johns, Robert Rauschenberg, e Cy Twombly, sull’Arte Povera di Michelangelo Pistoletto, Mario Merz, Gilberto Zorio, Giuseppe Penone, che accogliendo in sé il messaggio di Beuys lavora principalmente con materiali vegetali su cui agisce anche interferendo con i processi naturali, sulle tendenze emerse nella pittura dagli anni sessanta a oggi, come l’arte concettuale, l’espressionismo dei Nuovi Selvaggi, la Body Art, la Bad Painting, le Perfomances alla video-arte.

Le sperimentazioni di Schnabel, Kiefer e Hirst, mostrano quanto l’influenza di Burri sia ancora oggi forte e sentita nella ricerca pittorica attuale.

 

Burri. La morte che dà forma alla vita.ultima modifica: 2009-01-07T19:38:25+01:00da fatamailinda
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